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-Mamma,posso vedere gli Elfi?
-Certo che puoi vederli,cara, quando vuoi...basta che ti inoltri nei boschi...
-Ma...io ci sono stata nei boschi,e non li ho mai visti!
-E allora ascoltami...entra nei boschi con la fantasia,e non dimenticarti il rispetto...Cancella dal tuo cuore la cattiveria, l'arroganza e la supponenza...e non solo potrai vederli, ma anche ascoltarli!

Il Fauno

faunoIl Fauno è una figura della mitologia romana, una divinità della natura, in particolare della campagna e dei boschi. Ha un aspetto umano, ma con i piedi di capra e con le corna sulla fronte. Esistono diverse versioni circa la sua discendenza; secondo una delle più consolidate sarebbe figlio della Dea Vergine Fauna, da lei partorito senza concorso del maschio, accoppiandosi poi da adulto con la madre, per guidare il mondo della natura e soprattutto degli animali. Il dio Fauno era anche chiamato Luperco, in qualità di difensore delle greggi dagli assalti dei lupi e lupo egli stesso (Lupercus = lupus + hircus). Fauno parlava profeticamente attraverso lo stormire del vento nelle fronde, o il bisbiglio delle foglie nel bosco, e per questo era soprannominato Fatuus. Ma era anche nume ispiratore e invasante, che scaricava la propria azione ossessiva e possessiva sulle sue Paredre, le Ninfe delle fonti e delle sorgenti, le quali, di conseguenza, divenivano simili alle Sibille nel loro profetare. Talvolta Fauno faceva risuonare la propria voce nelle selve e inviava sogni profetici a chi giaceva in incubazione o era invasato dall’estasi. È inoltre l’inventore degli antichissimi versi saturnii su cui si fonda la poesia latina. È dunque dio d’ispirazione profetica e poetica, come Pan e come le Ninfe a cui è connesso. È associato al timor panico, con apparizioni spaventose e voci soprannaturali. Ma non sempre la sua voce incute terrore, anzi, talvolta rassicura ed incoraggia. Infatti è un nume buono e fausto, protettore degli animali domestici, delle greggi e delle coltivazioni. Il detto più famoso del Fauno a chi lo interrogava era: "Ogni tipo di saggezza umana è vana". Forse perchè il Fauno era portatrice dell'istinto che coglie direttamente se stesso e il mondo, senza elucubrazioni mentali. Amava suonare il flauto, specie negli assolati meriggi estivi, o puntava le ninfe per accoppiarvisi, e per giunta non era loro in genere sgradito, in quanto portatore di istinti sessuali e fertilità. Nelle comunità rurali, la sua festa (Faunàlia), ricorreva il 5 dicembre tra danze e processioni. Sui suoi altari si bruciava incenso e si libava vino, immolando agnelli e capretti. Il 15 febbraio, sempre in onore del Dio Faunus, protettore dei pastori, si celebravano i Lupercalia, dove i flamines luperci, ossia i sacerdoti del dio Fauno, celebravano antichi riti importati dall'Arcadia al tempo di Romolo e Remo. La festa era dedicata al bere vino, a mangiare e danzare fino al mattino seguente mentre i giovani coperti solo da una pelle di lupo flagellavano con fruste leggere donne e fanciulle che incontravano fuori dalle porte delle loro case, stimolandone la fertilità. Nei primi secoli dell'era cristiana, molte divinità pagane vennero demonizzate e i Fauni, associati ai Satiri e ai Silvani, diventeranno poi orribili diavoli, precisi con le corna, gli zoccoli e la coda. Nel Medioevo, tutte queste divinità attirarono l’astio dei cristiani, per il loro aspetto animalesco e per i loro doni profetici, ma soprattutto per il loro carattere erotico, connesso ai culti della fertilità. Infatti Agostino, in un celebre passo de «La città di Dio», scrisse che secondo testimoni degni di fede, Silvani e Fauni eran volgarmente chiamati «incubi» e avevano rapporti erotici con le donne umane. Successivamente, Marziano Capella aggiunse che le foreste inaccessibili agli umani, i boschi sacri, i laghi, le fonti e i fiumi erano popolati di Fauni, di Satiri, di Silvani e di Ninfe, di Fatui e di Fatue, esseri dotati di poteri profetici e talmente longevi da apparire agli umani immortali, sebbene tali non fossero. Naturalmente erano pericolosi per i cristiani, di cui risulta evidente, da questa descrizione, il terrore e l’orrore nutrito nei confronti della Natura selvaggia, e dunque, ai loro occhi, diabolica: la stessa Natura con cui la Strega era in armonia, e destinata, per questo, ad essere perseguitata. La festa di Fauno fu poi sostituita con la festa di S. Valentino, dedicata agli innamorati, ma senza connotazioni sessuali.

Il Puck

PuckPuck è uno spirito ingannatore della tradizione Inglese pagana, conosciuto anche come Robin Goodfellow e come Hobgoblin (in Galles simili spiritelli erano definiti Pwca). Il termine Puck deriva dall’Inglese antico Púca che indicava, appunto, uno spirito dei boschi, dall’aspetto mutevole ed ingannatore, che attirava le persone di notte nella foresta con luci e suoni incantatori (similmente alle celtiche Dame Bianche) o rubava il latte dai mastelli nelle fattorie. Il Puck si può anche trasformare in cavallo e portare gli incauti nel profondo delle foreste oppure farli cadere in acqua. In genere il nome porta al significato di "diavolo", "demone", o "spirito maligno". A Puck viene anche associato Hobgoblin, uno spirito dei boschi che scherza con i viandanti (li aiuta o fa loro sbagliare strada). Nel corso del Medioevo, Puck viene accostato alla figura di Robin Goodfellow. Robin Goodfellow era un diavoletto che, fra l'altro, aiutava le massaie nel lavori domestici: spazzava le case e puliva gli angoli in cambio di panna e latte e smetteva subito se gli venivano offerti dei vestiti nuovi. Queste figure a loro volta tendono a unificarsi in una sola. D'altra parte Hob è una contrazione di Robin e "robin" era un nomignolo medievale per diavolo o diavoletto. Diventa chiaro, a questo punto, il percorso compiuto dal nome di "Robin Hood", probabilmente visto, dapprima, come una fata o un elfo della tradizione pagana. In "I racconti di papà Mumin" della scrittrice svedese Tove Jansson, gli hobgoblin sono strane creature magiche; perfino il loro cappello, quando viene raccolto da altre creature, può compiere azioni magiche in modo completamente indipendente. Nonostante spaventino coloro che non li conoscono, gli hobgoblin non sono altro che creature piuttosto sole e sensibili, che possono esaudire i desideri degli altri ma non i propri. Una delle più note rappresentazioni letterarie del Puck è il personaggio omonimo di "Sogno di una notte di mezza estate" di William Shakespeare. Ecco come una Fata si rivolge a lui, presentandocelo, nei primi versi del secondo atto: «Tu, se dalle maniere e dal sembiante io non m’inganno, sei quel discolaccio, quel folletto bugiardo e malizioso che tutti chiamano Robin Bravomo. Non sei tu quel bizzoso spiritello che al villaggio spaventa le ragazze, che fa cagliare il latte dentro i secchi, che armeggia tra le pale del mulino, e si rende molesto alle massaie vanificando la loro fatica a sbattere la crema nella zangola? Ed altre volte a far schiumar la birra, o a far smarrire il cammino ai viandanti di notte, e ridere del loro disagio? E t’adoperi, invece, premuroso, ad aiutare nel loro lavoro, ed a portar fortuna a quelli che ti chiaman vezzeggiandoti, “mio caro diavoletto” e “dolce Puck”? ». Un Puck folletto dispettoso è anche protagonista di due opere di Rudyard Kipling, "Puck il folletto" e "Il ritorno di Puck"; Kipling lo presenta come un piccolo fauno dagli occhi cerulei. A Puck è dedicato anche il nome di uno dei satelliti di Urano, ed è un personaggio della serie TV animata della Disney "Gargoyle".

Le Janas

janasSono descritte come piccolissime fate, alte poco piu' o poco meno di un palmo, che vivono sui fianchi delle colline sarde, dentro piccole grotte scavate nella roccia, le domus de janas, molto diffuse in tutta la Sardegna. Qualcuno le chiama fate, qualcuno streghe, ma sono entrambe le cose, dipende solo da noi: se le capiamo sono fate, se le cacciamo diventano streghe. Le janas vestono di rosso vivo, hanno il capo coperto da un variopinto fazzoletto ricamato con fili d'oro e d'argento, e portano pesanti collane d'oro lavorato. Dicono che siano molto belle e che il loro corpo sia evanescente, luminoso, a volte tanto luminoso da abbagliare. Chi le ha viste da vicino giura che la loro pelle è delicatissima e che hanno lunghissime unghie capaci di scavare la roccia. Di giorno non escono mai, il sole, per quanto pallido, le scotterebbe facendole morire! Trascorrono l'intera giornata a tessere e a ricamare abiti preziosi di lino e di broccato, trapuntati con fili d'oro e d'argento. E mentre tessono, si dice che cantino con voce meravigliosa, che incanta. La notte scendono nelle case degli uomini, attraverso le piccole fessure o le finestrelle semiaperte, si accostano alle culle e a volte cambiano l'intensita della loro luce. In tal modo stabiliscono il destino del bambino. Alle janas, inoltre, piace curiosare tra la gente addormentata. Se qualche essere umano dovesse piacere loro, lo chiamano bisbigliando il suo nome per tre volte. E se la persona prescelta si sveglia, la invitano a seguirle fino alle loro casette tra le rocce, rischiarando la via con i loro corpicini luminescenti. Dentro le case, mostrano agli ospiti immensi tesori, che suscitavano stupore e cupidigia. Ma bisogna stare attenti: tutte quelle meravigliose ricchezze non possono essere sfiorate davanti alle janas, che ne sono gelosissime, perchè immediatamente oro e gioielli si tramuterebbero in cenere e carbone! Per impossessarsi del tesoro delle janas occorre ritornare nelle minuscole casette sulle colline in pieno giorno, con in mano un rosario o un oggetto benedetto. Ma guai a tentare di derubare le janas con la forza e con l'astuzia ! Ecco che cosa accadde un giorno a un giovane che tentò di portar via un prezioso scialle tessuto con fili d'oro che le fatine di Funtana Pinta, nei pressi di Siligo, avevano steso all'aria ad asciugare. Silenzioso come una volpe, il giovane si avvicinò alle rocce su cui stava lo scialle e con un velocissimo colpo di mano lo afferrò, precipitandosi subito dopo lungo il pendio e correndo a perdifiato fino al luogo in cui aveva lasciato il suo cavallo. Ma le janas lo aspettavano proprio in quel punto e lo attaccarono furiose come uno sciame di vespe impazzite. L'uomo riuscì ugualmente a montare a cavallo e a partire a galoppo; ma le minuscole streghe si attaccarono alla coda dell'animale e lo pungolarono con ferocia, fino a farlo imbizzarrire. Così il cavallo disarcionò il suo padrone, che si trovò a tu per tu con gli occhietti luccicanti delle donnine delle colline. Erano occhi terribili, che gli esseri umani non erano in grado di fissare a lungo, perché si trasformavano in statue di pietra. E così infatti avvenne: l'incauto giovane fu pietrificato all'istante e non poté raccontare a nessuno la sua impresa! Ma ben più terribile era la sorte di chi si imbatteva nelle "malas janas" di Tonara. Esse stendevano sotto le loro grotte un bellissimo velo bianco che ricopriva l'intera pianura. L'ignaro viandante che si trovava a passare da quelle parti restava inesorabilmente abbagliato da tanto splendore e come invischiato in un incantesimo mortale. Allora il malcapitato veniva catturato da un nugolo di nani malefici, che lo ficcavano in una grande buca sul terreno, assieme ad altre vittime. E qui giungeva a un certo punto la "jana maísta" , che succhiava loro tutto il sangue. E una volta saziatasi di sangue umano, la "jana regina" volava a rinchiudersi per tre giorni in una grotta, dove partoriva altre minuscole janas. Per fortuna la malas janas di Tonara si estinsero molto presto, perchè rimpicciolirono sempre di più, fino a confondersi con i vermi della terra. Le altre fate invece vissero in pace e in armonia con gli esseri umani per molto tempo. Le janas che vivevano sul Monte Manai, vicino a Macomer, nei giorni di festa scendevano addirittura in un sito chiamato "Sa Rucchitta" per ballare con la gente del paese. E siccome erano bellissime, gli uomini le invitavano spesso a entrare "in su ballu tundu", nel ballo tondo, il cui grande cerchio danzante occupava quasi tutta la piazzetta. Un giorno una jana di nome Giula entrò nel ballo e si scatenò al ritmo delle "launeddas", antichissimo strumento musicale a fiato, passando dall'uno all'altro ballerino, leggera e felice come una farfalla. Ma a un tratto Giula sentì il richiamo delle sue compagne che, dall'alto delle domus, la mettevano in guardia: "Giula Giulitta,sos buttones ti chirca (i bottoni cerca). Giula, Giunone, chircadi sos buttones! (Cercati i bottoni!)". La danza cessò di colpo. Giula guardò allora il suo corpetto di velluto e si accorse che i bottoni d'oro filigranato erano misteriosamente spariti: qualcuno li aveva rubati! Da quel giorno non si videro piu fate in quella zona, andarono via offese e amareggiate dall'avidità e dalla malizia degli uomini. Oggi le janas sono diventate sempre piu schive: è bene non disturbarle ed attendere che siano loro a cercarvi. Fate finta di dormire e ad occhi socchiusi...Forse le vedrete volteggiare sopra di voi.

L'Elfo dei mulini

KillmoulisL' habitat naturale del Killmoulis (o elfo dei mulini) sono i vecchi mulini delle Lowlands, in Scozia. Fin dall'antichita’, il mulino ha rivestito un ruolo di fondamentale importanza nelle comunita’ agricole. Percio’ il mugnaio e’ sempre stato connotato come un personaggio particolare, quasi un mago. Cosi’ sono sorte, attorno al mulino, numerose storie e leggende, tramandate di padre in figlio fino ai giorni nostri. Ed è in questo contesto che rientra indubbiamente la figura del Killmoulis. Secondo il folklore britannico infatti ogni mulino è abitato da una di queste creature, che si dedicano al benessere delle famiglie che servono, ed alle quali si affezionano talmente tanto da arrivare ad avvertirle, facendo udire i loro lamenti, qualora la casa stesse per venire colpita da malattia o disgrazia. Le loro dimore si trovano vicino al focolare o al "killogee", lo spazio di fronte al caminetto nel forno. Il Killimoulis appartiene alla razza dei Brownies; è alto circa 30 centimetri ed ha la forma di un umanoide magro.Ciò che più lo caratterizza è però un naso enorme e la mancanza della bocca: proprio per questo motivo pare che si nutra infilandosi il cibo su per il naso. Questi folletti sono di solito autanti infaticabili dei mugnai, ma a causa del loro modo di fare perennemente burlone, spesso creano più danni che altro! Bisogna infatti stare attenti a non farli annoiare, perchè in quel caso potrebbero diventare un po' dispettosi e combinare degli odiosi scherzi di gruppo (ad esempio soffiare sulle avene sgusciate e lasciate fuori casa ad asciugare...Con risultati facilmente immaginabili!). I Killmoulis sono fondamentalmente esseri innocui. A volte utilizzano aghi per pungere cani, gatti, o ratti, ma per motivi legati alla loro stessa sopravvivenza: questi animali infatti potrebbero cibarsi anche di loro! Il Killmoulis, pur non avendo la bocca, può comunicare con qualsiasi creatura in un raggio di 30 metri attraverso messaggi telepatici (ma raramente usa questa sua abilità). L'incantesimo con il quale ci si liberava di un Killmoulis troppo dispettoso era il seguente: “Auld Killmoulis wanting the mow, Come to me now, come to me now! Where war ye yestreen when I killed the sow? Had ye come ye'd hae gotten yer belly fou.” (Trad: "Vecchio Killmoulis, in attesa della mietitura, vieni da me ora! Dov'eri ieri sera quando ho ucciso la scrofa? Sei arrivato ed ho tenuto la sua pancia per te"). E da questo incantesimo scopriamo che l'elfo dei mulini è anche goloso di carne di maiale. Nel Roxburgshire, la notte di Halloween, le fanciulle da marito recitavano questo incantesimo per far si che il Killmoulis rivelasse loro il nome del loro futuro sposo...Ovviamente "soffiandolo" attraverso il naso!