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-Mamma,posso vedere gli Elfi?
-Certo che puoi vederli,cara, quando vuoi...basta che ti inoltri nei boschi...
-Ma...io ci sono stata nei boschi, e non li ho mai visti!
-E allora ascoltami...entra nei boschi con la fantasia, e non dimenticarti il rispetto...Cancella dal tuo cuore la cattiveria, l'arroganza e la supponenza...e non solo potrai vederli, ma anche ascoltarli!
              

Le Janas

janasSono descritte come piccolissime fate, alte poco piu' o poco meno di un palmo, che vivono sui fianchi delle colline sarde, dentro piccole grotte scavate nella roccia, le domus de janas, molto diffuse in tutta la Sardegna. Qualcuno le chiama fate, qualcuno streghe, ma sono entrambe le cose, dipende solo da noi: se le capiamo sono fate, se le cacciamo diventano streghe. Le janas vestono di rosso vivo, hanno il capo coperto da un variopinto fazzoletto ricamato con fili d'oro e d'argento, e portano pesanti collane d'oro lavorato. Dicono che siano molto belle e che il loro corpo sia evanescente, luminoso, a volte tanto luminoso da abbagliare. Chi le ha viste da vicino giura che la loro pelle è delicatissima e che hanno lunghissime unghie capaci di scavare la roccia. Di giorno non escono mai, il sole, per quanto pallido, le scotterebbe facendole morire! Trascorrono l'intera giornata a tessere e a ricamare abiti preziosi di lino e di broccato, trapuntati con fili d'oro e d'argento. E mentre tessono, si dice che cantino con voce meravigliosa, che incanta. La notte scendono nelle case degli uomini, attraverso le piccole fessure o le finestrelle semiaperte, si accostano alle culle e a volte cambiano l'intensita della loro luce. In tal modo stabiliscono il destino del bambino. Alle janas, inoltre, piace curiosare tra la gente addormentata. Se qualche essere umano dovesse piacere loro, lo chiamano bisbigliando il suo nome per tre volte. E se la persona prescelta si sveglia, la invitano a seguirle fino alle loro casette tra le rocce, rischiarando la via con i loro corpicini luminescenti. Dentro le case, mostrano agli ospiti immensi tesori, che suscitavano stupore e cupidigia. Ma bisogna stare attenti: tutte quelle meravigliose ricchezze non possono essere sfiorate davanti alle janas, che ne sono gelosissime, perchè immediatamente oro e gioielli si tramuterebbero in cenere e carbone! Per impossessarsi del tesoro delle janas occorre ritornare nelle minuscole casette sulle colline in pieno giorno, con in mano un rosario o un oggetto benedetto. Ma guai a tentare di derubare le janas con la forza e con l'astuzia ! Ecco che cosa accadde un giorno a un giovane che tentò di portar via un prezioso scialle tessuto con fili d'oro che le fatine di Funtana Pinta, nei pressi di Siligo, avevano steso all'aria ad asciugare. Silenzioso come una volpe, il giovane si avvicinò alle rocce su cui stava lo scialle e con un velocissimo colpo di mano lo afferrò, precipitandosi subito dopo lungo il pendio e correndo a perdifiato fino al luogo in cui aveva lasciato il suo cavallo. Ma le janas lo aspettavano proprio in quel punto e lo attaccarono furiose come uno sciame di vespe impazzite. L'uomo riuscì ugualmente a montare a cavallo e a partire a galoppo; ma le minuscole streghe si attaccarono alla coda dell'animale e lo pungolarono con ferocia, fino a farlo imbizzarrire. Così il cavallo disarcionò il suo padrone, che si trovò a tu per tu con gli occhietti luccicanti delle donnine delle colline. Erano occhi terribili, che gli esseri umani non erano in grado di fissare a lungo, perché si trasformavano in statue di pietra. E così infatti avvenne: l'incauto giovane fu pietrificato all'istante e non poté raccontare a nessuno la sua impresa! Ma ben più terribile era la sorte di chi si imbatteva nelle "malas janas" di Tonara. Esse stendevano sotto le loro grotte un bellissimo velo bianco che ricopriva l'intera pianura. L'ignaro viandante che si trovava a passare da quelle parti restava inesorabilmente abbagliato da tanto splendore e come invischiato in un incantesimo mortale. Allora il malcapitato veniva catturato da un nugolo di nani malefici, che lo ficcavano in una grande buca sul terreno, assieme ad altre vittime. E qui giungeva a un certo punto la "jana maísta" , che succhiava loro tutto il sangue. E una volta saziatasi di sangue umano, la "jana regina" volava a rinchiudersi per tre giorni in una grotta, dove partoriva altre minuscole janas. Per fortuna la malas janas di Tonara si estinsero molto presto, perchè rimpicciolirono sempre di più, fino a confondersi con i vermi della terra. Le altre fate invece vissero in pace e in armonia con gli esseri umani per molto tempo. Le janas che vivevano sul Monte Manai, vicino a Macomer, nei giorni di festa scendevano addirittura in un sito chiamato "Sa Rucchitta" per ballare con la gente del paese. E siccome erano bellissime, gli uomini le invitavano spesso a entrare "in su ballu tundu", nel ballo tondo, il cui grande cerchio danzante occupava quasi tutta la piazzetta. Un giorno una jana di nome Giula entrò nel ballo e si scatenò al ritmo delle "launeddas", antichissimo strumento musicale a fiato, passando dall'uno all'altro ballerino, leggera e felice come una farfalla. Ma a un tratto Giula sentì il richiamo delle sue compagne che, dall'alto delle domus, la mettevano in guardia: "Giula Giulitta,sos buttones ti chirca (i bottoni cerca). Giula, Giunone, chircadi sos buttones! (Cercati i bottoni!)". La danza cessò di colpo. Giula guardò allora il suo corpetto di velluto e si accorse che i bottoni d'oro filigranato erano misteriosamente spariti: qualcuno li aveva rubati! Da quel giorno non si videro piu fate in quella zona, andarono via offese e amareggiate dall'avidità e dalla malizia degli uomini. Oggi le janas sono diventate sempre piu schive: è bene non disturbarle ed attendere che siano loro a cercarvi. Fate finta di dormire e ad occhi socchiusi...Forse le vedrete volteggiare sopra di voi.

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